Riflessi

Noi siamo il riflesso del luogo in cui viviamo e contemporaneamente influenziamo e modifichiamo il paesaggio che ci ospita.


>ID Photo. The Man, the artist, the self-portrait, the digital photography. (…) There is man in his essence, but divided, crushed, out of sync with himself because of the world, of technology, that want to frame him but also to immortalize him forever. It’s like dying a bit in the snapshot of a moment that will never come back. But there is no time, no solution; there is only the surface, the daily rush, the inability to find their place in space and time. There is no color either because the one shown is not reality but only its reflection. (…)

> Nature in the mirror. (…) We are the reflection of the place where we live and at the same time we influence and modify the landscape that hosts us. What appears from afar (…) is the “painted” landscape, without the man … but he is its creator. The indissoluble link between what it is, how it appears and its projected reflection. Once again It is not reality, but its image in a “box”, artifacted, elaborated, modified by human intervention. The sounds of nature interweave with elaborated, contrived, selected tools. (…) Everything is biocultural. There is nothing real, there is only its reflection.

> Nature in the Mirror 2 (…) Traveling, even virtually, is to discover and try to get to consciousness, in order to finally conceive himself, to perceive himsels, as part of the “Everything”, to understand how it is extended, to define how big (or small) to it we are (…) During our exploration we grow up, become adults, we feel the need to confront us with the otherness, and we do not stop, because we are driven by our instinct, but also motivated by our reason. There is no dichotomy, there is no split between body and soul, between high and low. Only so many human beings, always different, more or less big, with their body, their instinct, their roots that always sink into the earth but they always try to touch the sky with their thoughts. Here it is: heaven and earth are the same thing. But once again, it is not reality, it is only its virtual representation. It is the image of nature reflected in the mirror of the camera and shown on a monitor. (…)

Riflessi è un polittico moderno composto da quattro opere: “Fototessera”, “Natura allo Specchio 1 e 2”, “Lo specchio”. Non un polittico tradizionale con cornici e cerniere, ma un’installazione mobile costituita da 3 monitor che proiettano in sequenza, a ciclo continuo, tre audiovideografie. Completa l’opera un vero specchio che, con il suo doppio, fa da ponte tra la realtà e la sua rappresentazione. La disposizione forma un quadrilatero, dove il numero quattro moltiplica l’ambiguità rimandando alla cornice, al quadro, alla misura dei brani che accompagnano i video, alle stagioni, ai punti cardinali, agli arti, agli elementi della tradizione occidentale. In terra, sparpagliate, foglie e decine di minuscole fototessera. Queste ultime, in bianco e nero, mostrano l’ultimo fotogramma della prima audiovideografia: un autoritratto senza volto.

Fototessera.

L’uomo, l’artista, l’autoritratto, la fotografia. Il protagonista si mostra con la sua immagine, con quella che vorrebbe fosse la sua espressione migliore, quella che vorrebbe donare o preferirebbe che gli altri ricordassero. Ma è un’impresa ardua. L’artista si siede davanti all’obiettivo di una fantomatica, quanto invisibile camera e cerca l’espressione “giusta”. Il confronto con lo spettatore è immediato: i movimenti del volto, la bocca, gli occhi, attivano i neuroni specchio dell’osservatore che, inconsciamente, tenta di ripetere i gesti, le smorfie. L’imitazione innata dell’uomo lo porta addirittura a provare in parte le stesse sensazioni: la serenità, il disgusto, la tristezza, la noia, l’ansia, la gioia, mentre l’aspettativa del risultato, della foto, scorre come pellicola. C’è l’uomo nella sua essenza, ma diviso, frantumato, fuori sincrono con sé stesso per via del mondo, della tecnologia, (sottolineata dalla musica) che vuole “inquadrarlo”, ma anche immortalarlo: per sempre. Un po’ morire nell’istantanea di un momento che non tornerà più. Ma non c’è tempo, non c’è soluzione; c’è solo la superficie, la fretta quotidiana, l’incapacità di trovare la propria collocazione nello spazio e nel tempo. Non è presente neanche il colore perché quella mostrata non è la realtà, ma un suo riflesso. Il protagonista non resiste più alla costrizione, è stufo, chiude gli occhi, gioca con la lentezza del macchinario immaginario, si addormenta, si dà un contegno. Alla fine si alza mentre la macchina scatta la foto e ciò che resta di lui è una foto venuta male, inutile, sbagliata, senzavolto…

Natura allo specchio

Il paesaggio, il contesto, il mondo in cui abitiamo, ci muoviamo, viviamo quotidianamente, ci condiziona. Noi siamo il riflesso del luogo in cui viviamo e contemporaneamente influenziamo e modifichiamo il paesaggio che ci ospita. Quello che appare da lontano, una figura geometrica in movimento, un quadrato innaturale che “cresce” fino ad occupare tutta la toile, è il paesaggio “dipinto”, senza l’uomo… che ne è però l’artefice. Indissolubile legame tra ciò che è, cio che appare e il riflesso proiettato. Non è ancora una volta la realtà, ma la sua immagine in una “scatola”, artefatta, elaborata, modificata dall’intervento dell’uomo. I suoni della natura si intrecciano con strumenti elaborati, costruiti, selezionati. Non è la voce della natura, è la sua registrazione, modificata e riprodotta da dispositivi acustici non naturali. Tutto è bio-culturale. Non c’è niente di reale, c’è solo il suo riflesso.

Natura allo specchio 2

L’esperienza non è solo osservazione statica, ma anche viaggio. L’esplorazione di luoghi sconosciuti ha accompagnato sempre l’uomo nelle sue migrazioni. Spostamenti dettati dalla curiosità, dalla necessità, dal bisogno di trovare l’origine o la fine di tutto. Viaggiare è scoprire e cercare di conoscere, per riuscire infine a concepirsi, percepirsi, come parte del “Tutto”, capire quanto è esteso, definire quanto siamo grandi (o piccoli) rispetto ad esso. Ricercare per trovare il posto, la giusta collocazione in quella realtà che cresce con le nostre esperienze. Il viaggio si muove, si sposta nel tempo. Durante la nostra esplorazione cresciamo, diventiamo adulti, sentiamo il bisogno di confrontarci con l’alterità e non ci fermiamo, perché siamo spinti dall’istinto, ma anche motivati dalla ragione. Non c’è nessuna dicotomia, non c’è scissione tra anima e corpo, tra alto e basso. Solo tanti esseri umani, sempre diversi, più o meno grandi, con il corpo, l’istinto, le radici che affondano sempre nella terra, ma che cercano di toccare col pensiero il cielo. Ecco: cielo e terra sono la stessa cosa. Ma ancora una volta non è la realtà, ma la sua rappresentazione. È l’immagine della natura riflessa dallo specchio della camera da presa e mostrata su un monitor. I suoni astratti della prima parte diventano forma. C’è l’estremo oriente, il confine, l’esotico, il distante, lo strano che ci attira. Non c’è illusione completa, piccoli scossoni riportano l’osservatore di fronte ad un oggetto esposto, creato da qualcuno. Poi il colore prova a mostrarsi come verità,ma è un istante, un’illusione.

Lo specchio

Se tutto ciò che viene mostrato, elaborato, visto, è un riflesso, dov’è la realtà? Dove siamo noi? Siamo reali? L’uomo può immaginare qualsiasi cosa e può vedere il mondo e gli altri. Non può percepirli, mai! Può imitarli, “sentirli” anche empaticamente, ma non percepirli come fa con sé stesso… eppure li vede. Il grande limite dell’uomo è che può percepire completamente solo una cosa: il proprio essere. Può sentire il suo corpo, il proprio pensiero; eppure, proprio dell’unica “cosa” che riesce a percepire pienamente, non riesce a vedere integralmente l’immagine. È senza volto, proprio come la fototessera. Può vedere il suo viso solo attraverso il riflesso di una superficie naturale o artificiale: bidimensionalmente, grazie ad una foto, o tridimensionalmente mediante una scultura o un ologramma, ma comunque l’esperienza sensibile non gli consente di percepire appieno la sua essenza. Di fronte alla propria immagine registrata e riflessa, l’artista si scopre, si “parla”, si muove, fa espressioni e smorfie. Quello che però lascia allo spettatore, come dono più grande, non è la propria opera, ma la propria ricerca, lo specchio reale, di fronte al quale l’osservatore può iniziare la sua indagine e fare la stessa cosa: “riflettere”.

#marcobrama

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