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[…] ogni opera di un creativo, di quello che chiamiamo comunemente artista, è l’atto di autocommiserazione in cui fissa l’istante del suo ennesimo fallimento […]


… se i sensi illudono la percezione, se la ricerca del NON pensiero è tentativo di afferrare morte e verità, se l’esplorazione necessariamente senza soluzione è l’unica attività possibile, se la verità è materia che esiste in più nonluoghi e in più nontempi, ogni opera di un creativo, di quello che chiamiamo comunemente artista, è l’atto di autocommiserazione in cui fissa l’istante del suo ennesimo fallimento, del suo bisogno di condividere la sua anima/voce/pura svuotata, piegata dalle parole e dalle immagini delle generazioni precedenti, di affermare la sua inutilità come essere biologico inferiore, come sottoprodotto siderale, corpo generato e alimentato dal ferro che ha ucciso suo padre/madre… annullarsi, riuscire a vedere completamente il proprio volto, a riscoprire la propria voce-matrice, questo sarebbe un’opera d’arte. Tutto il resto è l’assemblaggio costante e ripetuto con nuove forme, delle molecole visibili ed esistenti. Potremmo diventare dopo la dissoluzione del corpo una videocamera, un pianoforte, entrambe le cose, senza per questo essere in grado di sentire. Eppure proprio la nostra materia riassemblata potrebbe far vibrare quell’oggetto in modo inspiegabile, ancora potremmo esistere (o essere) in tutti i luoghi, solo limitati dalla nostra sciocca fobia di perdere il corpo, aggrappati alla forma finché morte non ci separi. Forse sappiamo tutto, ma non lo apprenderemo mai e non riusciremo a dimenticare quel che abbiamo incontrato per ritrovare la nostra vera vibrazione, perché tutto è onda, materia che emette il suo colore/suono… sinuoso che interagisce, si fonde/scontra… rifiutare la tecnica, la dittatura suprema della cultura, la parzialità di un estetismo maggioritario, di un bambino-critico che impone con la violenza della parola il suo ideale/idolo dell’adolescenza fino alla fine, distruggendo e distorcendo l’arte! Memoria perduta di altre dimensioni, conoscenze biosfioranti passate per sciocchi condizionamenti, che nell’idea dell’esistenza del tempo, di un suo ipotetico scorrere lineare, formalizzato arrogantemente, verso il futuro in cui saranno riscoperte come incredibili supernova dagli accademici, ora isolate; difficile perdere le proprie vetuste convinzioni su cui si è costruita la propria vita, eppure altre verità, altre forme grammaticali, eleganza di un’equazione, violenza di uno sterminio naturale di massa sono dietro l’angolo… perché studiare se non per omologare un po’ la propria mente, sintonizzarla con la massa per non sentirsi costantementi soli… una telecamera danza nell’aria come un pennello vibra sulla tela.

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